Catalogo delle opere Giampiero H. Celani-Purgstall in arte “Il Piendlbach”.

Ho conosciuto il maestro Piendlbach in un cafe viennese: lui era chino sul suo diario pieno di disegni, mappe, citazioni, illustrazioni. Con un pretesto banale, iniziammo una conversazione che ci portò lontano. Come prima impressione, mi ricordò il letterato Italo Svevo, sospeso tra due mondi e mai pienamente compreso da nessuna di queste due realtà.

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Da quanto capii, uno dei suoi due mondi è senza alcun dubbio l’Austria: possiede una grande passione per la caccia. Ricordo si apostrofò: «lo riconosco, io ho una visione romantica della caccia. A me non interessa abbattere più selvaggina possibile, mi piace vivere in intimo contatto con la natura. Ho appreso molto presto ad apprezzare la magia della solitudine silvana.

La selvaggina più nobile della mia terra è il Cervo, l’ho disegnato e dipinto molte volte. L’intima comunione con la natura, la passione per la campagna, la foresta li ho ereditati respirando la salutare aria della Stiria, dove ho passato memorabili estati da quando ero fanciullo. La Stiria per me è la quintessenza di tutte le bellezze del mondo, perché è la terra dove ho passato i ricordi più belli e che influenza tutta la mia attività artistica».

Inizialmente pensai di essere stato un fortunato a conoscere un personaggio così autentico e così austriaco e ben presto mi resi conto che le mie impressioni si stavano rilevando sempre più veritiere. Il mio viaggio negli ex territori della defunta Austria-Ungheria doveva portarmi almeno cinque giorni a Vienna, ma nei luoghi già visitati del Tirolo, avevo già denotato l’attaccamento per l’Imperatore Franz Joseph I, presente in ogni stanza, delle birrerie o locande insieme all’immancabile arciduca Giovanni. Mentre riflettevo su questi importanti dettagli antropologici, il mio nuovo amico continuava il suo racconto di sé: «ho trascorso le estati della mia infanzia e della mia giovinezza, tanto da associare la Stiria all’estate stessa. L’estate l’associo ad una idea di immobilità, lunghi tediosi pomeriggi sospesi nel tempo, il giardino visto attraverso le persiane o pomeriggi dedicati alle camminate nella natura, alla lettura, al gioco, al disegno. Su questo paesaggio boschivo-collinare, domina, come un vecchio sparviero, la fortezza inespugnabile di Riegersburg, da me tante volte ritratta già dall’infanzia».

A questo punto la cameriera dello Schwarzenberg cafe, – uno dei tradizionali cafe di Vienna – ci interrompe per l’ordinazione. Ordino una Sachertorte del tipo tradizionale e Giampiero una Apfelstrudel: la nostra conoscenza ci sta lentamente appagando e la mia curiosità aumenta a tal punto, che chiedo alla mia nuova conoscenza di poter prendere appunti. Egli molto gentilmente acconsente e così scrivo sulle foreste meravigliose nel cui folto sembra nascondersi ogni genere di segreto, di mistero alimentato dalla lettura delle fiabe dei fratelli Grimm: il Piendlbach, questo il suo nome d’arte, mi descrive nei minimi dettagli l’area del Waldweg austriaca. 
L’attaccamento per gli ameni luoghi, legati alla sua infanzia, si è trasformato in un legame indissolubile per il quale la propria terra si identifica con il concetto di patria: il maestro è sicuramente un uomo radicato nella sua terra. 

La mia imperdonabile curiosità, mi porta verso l’interruzione della conversazione per chiedergli della sua “seconda casa”. Così sotto lo sguardo del dipinto di Rudolf d’Asburgo-Lorena, il Piendlbach mi disserta del mare Adriatico: «questo vento contro cui incedo – penso si tratti del vento “Bora”, tipico triestino e del nord-est – profuma in modo prodigioso di lontananza, di infinito come il mare che lo porta, profuma di confini, di memorie balcaniche, profuma di pescato, di monti e di Sud».
Continuo ad annotare alcuni informazioni che possono servire per la mia opera: il golfo di Trieste e la penisola istriana, difatti, rappresentano la continuità di questo orizzonte che inizia a Vienna e si getta nell’Adriatico: «Österreichisches Küstenland – mi afferma con precisione Giampiero – storicamente riconosciuto, come “Litorale austriaco”».

Un mondo sospeso tra italianità-veneziana e austriacità, di cui la città di Trieste rappresenta la felice sintesi. Nel mezzo della nostra conversazione, a Giampiero cade un bellissimo disegno su carta da spolvero, lo raccoglie affrettatamente, disturbato dal suo gesto sbadato. Io non oso chiedere, per educazione, la sua professione, ma il mio nuovo conoscente di sua spontanea volontà, percepito il mio senso di curiosità, afferma di essere un artista ed inizia a mostrarmi i suoi disegni, inizialmente con riluttanza, poi successivamente con più agio. 

Fu così, che scoprii il suo amore incondizionato per le foreste austriache, l’uso della luce, il calore del tratto con i colori turchesi del Mediterraneo e il verde della selva. In alcune inquadrature romantiche si denotava unicamente la necessità di tuffarsi nelle acque trasparenti, della costa di Sistiana e Aurisina, con i castelli di Duino e Miramare arroccati su bianche scogliere a picco sul mare, che subito mi fecero tornare alla memoria le bellissime poesie di Rilke. Tra l’eccitazione di ammirare questi meravigliosi disegni, non perdo una sillaba di quel personaggio che più tardi si sarebbe rivelato un caro amico: «il mare – afferma – sigilla questi due castelli come un’armata fosca e rumorosa, ed in lontananza, il riflesso bianco-scarlatto della città di Trieste. (…) Posseggo un rifugio dove il mondo non può seguirmi, neanche gli amici più intimi: la pittura. Come fosse un nascondiglio dove la mano del mondo non può raggiungermi e di cui anzi, chiudo la porta, tentando di preservare la tranquillità necessaria per creare le composizioni artistiche nelle stanze in cui vivo. Ho vietato l’ingresso al frastuono demenziale del mondo: non posseggo infatti né televisore, né internet nella stanza adibita a studio, per qualche ora sparisco dal mondo, poiché per mia personale sensibilità, esso mi turba. Le case che mi vedono nomade sono il mio rifugio “segreto”, qualcosa di simile alle fortezze ed ai conventi per le anime solitarie del medioevo».

Mentre lo ascolto rifletto sul senso dell’essere artista: questo infatti, è un uomo diverso, solitario anche quand’è in compagnia. Spesso amici e colleghi di lavoro, dovranno perdonare le sue stravaganze immagino, poiché sicuramente saranno consapevoli che per Giampiero l’arte è il più importante elemento della sua esistenza, la quale assorbe ogni suo senso, il che spesso giustifica forse qualche sua “assenza”, che mi racconta ogni tanto gli capita. 

Mi ha molto incuriosito il suo essere vestito alla maniera tradizionale austriaca, in particolare il suo stupendo tracht austriaco verde bosco, sebbene mi spiega che l’origine del capo sia tirolese e successivamente mi introduce verso una piccola antologia del cafe letterario all’interno del quale, già da un’ora, discutiamo: «nei cafe di Trieste io ritrovo l’atmosfera viennese, fusa alchemicamente con l’Italia: il mondo che vi ruota attorno, costituisce un’altra Patria dove passo volentieri lunghi pomeriggi in compagnia di me stesso. I cafe viennesi zum Schwarzen Kameel, il Demel, e lo stesso Schwarzenberg hanno un intimo legame con i loro fratelli triestini, quali il San Marco, il Tommaseo o il cafe degli Specchi – Trieste, porta d’oriente». 

Le ore trascorrono e non ci accorgiamo del tempo che passa: per me il Piendlbach è fonte inesauribile si informazioni preziose: «ci sono voluti anni per prendere coscienza di chi sono – mi racconta -, spesso invidio il “borghese”, il contadino, il lavoratore. Io ho passato metà della mia vita nel tentativo di imitare le altrui virtù, volendo essere ciò che non ero. Ho compreso con il lento scorrere del tempo, che sono un “vagabondo”, un “sognatore assente”, sono stato a lungo spadaccino allo specchio e chiedo a Dio perdono per questo».

Credo che il maestro non sia stato né un uomo semplice, né un innocente, ma semplicemente doveva trovare la Fede attraverso sentieri traversi, forre e precipizi, ma la fiducia in se stessi è il primo passo. Dio l’ha trovato, cominciando dalla caotica tavolozza dei colori, ovvero attraverso l’arte, arrivando dall’Io a Dio.

Ci congediamo, promettendoci che ci saremmo scritti, per avviare un’importante collaborazione reciproca sulle nostre comuni passioni e così andò.

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