Il distacco aristocratico di Heimito von Doderer

di Giuseppe Baiocchi 31/03/2019

Epigono di autori come Musil e Roth, Heimito von Doderer (1896 – 1966) nasce a Hadersdorf-Weidlingau, oggi parte del 14°distretto di Vienna. Nelle sue opere la finis Austriae , già esperienza finita nelle sue opere, è gentile ricordo della vecchia Austria kaiserliche und königliche, imperial-regia, di cui egli si sente così intensamente sia orfano che legittimo erede. Heimito si forma anch’esso, come molti scrittori, in un nucleo famigliare dell’alta borghesia austriaca , con il nonno paterno Carl Wilhelm Christian Ritter von Doderer (1825 – 1900), premiato nel 1877 del titolo nobiliare Ritter von per i suoi meriti di architetto.

Heimito von Doderer (Hadersdorf-Weidlingau, 5 settembre 1896 – Vienna, 23 dicembre 1966) è stato uno scrittore austriaco. I suoi romanzi, come La scalinata (1951) e Demoni (pubblicato nel 1956 dopo una gestazione trentennale), presentano contemporaneamente un panorama storico e un’analisi spettrale della società austroungarica in declino, e mostrano come la profonda realtà di un destino personale o nazionale si possa manifestare in avvenimenti discontinui e apparentemente insignificanti.

Nell’aprile del 1915 si unì al terzo cavalleria dragoni, uno dei più nobili reggimenti di cavalleria austriaco, come volontario per un anno. Dopo l’addestramento di base, fu trasferito nella metà del gennaio 1916 in Galizia come ufficiale di fanteria e infine alla Bukowina vicino a Chernivtsi.
Il 12 luglio 1916 vicino a Olesza cade prigioniero dei russi. Seguono anni duri nel campo di lavoro siberiano di Krasnaya Ritchka vicino a Khabarovsk, poi con il trattato di Brest-Litovsk (1918) – insieme ad altri ufficiali – verrà scarcerato. Riuscirà a tornare in Austria solo il 14 agosto del 1920, dopo un’estenuante marcia attraverso la steppa. La prigionia sarà fondamentale per von Doderer poiché in lui nascerà la vocazione letteraria, grazie anche alla lettura delle opere di Dostoevskij.
Il conservatorismo viene fuori dall’autore in forma mitigata, ma costante: da scrittore giornalista sarà sempre anti-sociale e anti-tecnologico, fornendo una visione pessimistica che ritroveremo nell’opera del 1930, Das Geheimnis des Reichs (Il segreto dell’Impero). La stessa tematica rivoluzionaria è presente nell’autore in forma totalmente negativa: «tutti quelli che pretendono di intervenire nella realtà la ideologizzano […]. Ciascuno che è stato rivoluzionario, s’è coperto gli occhi, ha rifiutato l’appercezione. Il rivoluzionario rifugge da quello che è più difficile sopportare, cioè dalla sconclusionata molteplicità della vita. […] Rivoluzionario sarebbe chiunque desideri cambiare la condizione generale per la impossibilità di sopportare la propria».
Sempre nello stesso anno scrive Die Dämonen. Nach der Chronik des Sektionsrates Geyrenhoff (I demoni. Dalla cronaca del caposezione Geyrenhoff), la sua opera principale, fortemente segnata da impronte ideologiche.
La storia si presenta abbastanza banale, poiché tratta meramente la mancata consegna di un testamento che lascia erede una figlia naturale; illusioni, delusioni e amori della giovane, Charlotte «Girino», aspirante violinista. Mirabile la tecnica della «ronde», che attraverso un ottimo intreccio di personaggi, rende il romanzo una sarcastica galleria di ritratti umani, legati a doppio filo da un gioco a spirale, che evita di trattare la crisi contemporanea.
C’è un evento centrale, il 15 luglio 1927: l’incendio al Palazzo di Giustizia, che Doderer interpreta come l’inizio del tracollo della libertà austriaca. È il quadro analitico della società viennese gestita dai burocrati e dalla piccola nobiltà.
C’è un lieto fine generale a base di cinque matrimoni di coppie ben assortite che così risolvono le loro problematiche. Esaltata è la figura del burocrate, dove ritroviamo il mito della aurea mediocritas franco-giuseppina: l’ordine e la formalità assumono una dimensione interiore etica e deontologica, la quale esorcizza il disordine del mondo.
Questa passione verso un’armonia della normalità, la sua conoscenza verso l’architettura e l’amore verso la musica, influenzeranno anche il suo metodo compositivo , in cui la prevalenza della forma avvicina il romanzo ad una grande melodia sinfonica.
Il suo amore verso l’elemento gerarchico emerge con forza proprio con i dignitosi funzionari – con i loro valori, cristallizzati dallo status pensionistico –, i quali rappresentano la fede nell’ordine e nella prudente rinuncia ad ogni attiva trasformazione degli eventi. Tale ordine e disciplina, rivaleggia con la tematica demoniaca: difatti per l’autore ogni forma di esasperazione ideologica, politica, personale o sessuale è inquadrabile in tale ambito. I demoni sono quelli della coscienza: simboli e archetipi del male, nonché testimonianza costante di quanto di irrazionale e di misterioso permea la vita. Il riferimento a Dostoevskij è esplicito e intenzionale. Il demoniaco non è romantico come nel Doktor Faustus di Mann o tragico come in Dostoevskij, ma nel romanzo diviene «reale»: ovvero in ogni individuo può annidarsi quel demone che conduce l’uomo verso l’abbandono della realtà e crei in lui una personalità fittizia, una seconda realtà, in cui alcuni personaggi annegano e altri riescono a sollevarsi. Il suo romanzo ha una forma mentis tipologico-spaziale, la quale influisce sulla sua concezione temporale-narrativa, che viene manipolata come uno spazio tipologico-musicale.
Nel suo romanzo si ha così una concezione «topografica» poiché, anche nella vicenda del caposezione Geyrenhoff, l’ambientazione diverrà determinante: ricostruzioni spaziali di Vienna saranno perfettamente unite ad una connessione chirurgica con l’elemento temporale.
Ciò conduce il lettore verso uno appiattimento storico, così come lo si denota nella mancanza di oggettività valutativa dell’incendio al Palazzo di Giustizia, il 15 luglio 1927. L’avvenimento storico assurge a simbolo negativo di ogni disordine sociale, ma diviene anche strumentale crogiolo nel quale i destini dei vari personaggi giungono a una svolta. L’aspetto politico e storico è deformato e infine riassunto nella vita quotidiana, la cui concretezza trionfa sulle astrazioni ideologiche, in un abbraccio prospettico totale sulla vita della città.
Sul piano invece della memoria individuale, in particolare nei suoi aspetti cognitivi, possiamo osservare un’analogia con Marcel Proust; Doderer parla infatti della: «potenza magica della comparabilità che, sola, può impadronirsi degli oggetti mediante il filo ordinatore della memoria». C’è in lui la medesima convinzione della validità della memoria involontaria e della potenza evocatrice dei singoli ricordi. Dice infatti ne I demoni: «basta alla realtà un piccolo irrilevante punto d’appoggio, per farmi rivivere quella sera invernale alla stazione».

Tre immagini in tre periodi diversi della vita dello scrittore (da sinistra a destra): in uniforme imperiale e regia del terzo cavalleria Dragoni nel 1914; ufficiale della Luftwaffe nel 1944 e infine nel suo studio in età avanzata.

I ricordi e le evocazioni portano a scoprire le tracce più segrete della propria natura, del proprio destino, trovando il filo nel tessuto reale, per condurre l’individuo, alle volte dopo aver superato i nodi traumatici del passato, ad una cosciente realizzazione della sua persona. Per von Doderer la memoria, da fatto teoretico, si trasforma in fatto morale di stimolo all’azione .
Creatore di una sorta di commedia umana squisitamente viennese, l’autore si avvicina notevolmente a Musil anche per questa sua aspirazione al romanzo «totale»: il romanzo come totalità del reale in tutta la sua contraddittorietà. Come afferma Claudio Magris: «l’atteggiamento di Doderer è quello di un gran signore della cultura, di uno squisito conoscitore della propria civiltà per il quale la tradizione è un sicuro possesso acquisito; si respira di continuo nelle sue pagine l’atmosfera della più tipica letteratura austriaca, finemente distaccata ed aristocratica».
Nel suo romanzo sociologico, il rischio che corre l’autore è quello di far perdere, attraverso preziosismi di stile nel continuo intersecarsi di vicende, il vero senso della storia e la vera essenza intima dei personaggi e quindi le problematiche di ogni classe sociale. Così come affermò anche il critico letterario Ladislao Mittner (1902 – 1975), «nel viennese è presente una forte ingenuità storico-politica» .
Ad avvalorare ciò, sarà anche il breve matrimonio con l’ebrea Auguste Leopoldine Hasterlik (1896 – 1984), che si conclude a causa della sua adesione ideologica al partito nazista.
Intorno al 1933 divenne ben presto caporedattore temporaneo del giornale del partito nazionalsocialista austriaco Deutschoesterreichische Tages-Zeitung.
Successivamente nell’agosto del 1936 Doderer si trasferisce in Germania, a Dachau, dove inizierà a prendere le distanze da Hitler a partire da quello stesso anno.
Difatti il forte integralismo del partito porterà il viennese a ri-considerare il suo schema legato al concetto di demone-ideologia. La sua conversione, si conclude nel 1940 quando convertitosi alla chiesa cattolica, sposerà in secondo matrimonio – nel 1937 – Emma Maria Thoma.
Per lui la conversione è il vero spartiacque della sua vita e la ritroviamo anche attraverso le sue opere. Difatti cerca di eliminare perfino la storia e la politica da questo scorrere dell’esistenza. Egli tenta di far riconfluire persino le aberranti lacerazioni storiche, nel placido ciclo delle stagioni e delle abitudini quotidiane. La concezione narrativa ne risente: lo scrittore è solo uno specchio del mondo. Tale crisi interiore si evince in Ein Mord, den Jeder Begeht (L’occasione di uccidere del 1936): «il medico, il poliziotto […] il puro scrittore di prosa, ovverosia l’Io narrativo […] tutti costoro hanno fatto il sacrificio più grande che possa mai darsi nello spirito: cioè vedere il mondo così com’è, non come dovrebbe essere, e oltre a ciò, considerare nulle tutte le aspirazioni di un «come» dovrebbe essere questo mondo […] poter accettare il mondo in blocco, senza voler né escludere qualcosa, né cambiare qualcos’altro […] fare veramente l’esperienza di un mondo sempre in ordine, ben fisso nei suoi cardini».
Questa oggettività e questo assolutismo sfoceranno verso una forzatura ideologica che vuole la realtà all’ideale, ma la vita vera ed essenziale, vanamente inseguita, è irraggiungibile per chiunque e anche per lo scrittore.
Alla fine dell’aprile del 1940 Doderer fu arruolato nella Wehrmacht. Come ufficiale di riserva della cavalleria senza particolari qualifiche, fu assegnato alla Luftwaffe, dove fu affidato nell’entroterra per svolgere lavoro amministrativo. Inizialmente stanziato a Wroclaw, sarà trasferito in vari luoghi della Francia occupata, fino al trasferimento del 1942 presso Kursk in Russia. Dalla fine del 1942, soffrì di una grave nevralgia del trigemino e fu quindi, dopo una degenza ospedaliera, utilizzato all’interno del Reich. Dal maggio 1943 è stanziato in Bassa Austria a Wiener Neustadt e infine a Bad Vöslau. Dopo diversi spostamenti fu assegnato in Norvegia, ad Oslo, nell’aprile del 1945, dove attese la fine del secondo conflitto.
Nel dopoguerra avverrà il suo vero successo con il capolavoro del 1950, Die Erleuchten Fentser, oder die Menschwerung des Amstrats Julius Zihal (Le finestre illuminate, ovvero come il consigliere Jiulius Zihal divenne uomo), un libro diverso in cui si rivela tutto il suo talento satirico, dove questo assume sempre più una piega morbida, bonaria e sorridente, segno di elegante distacco dai suoi personaggi.
Seguono nel 1962 Die Merowinger oder die absolute Familie (I Merovingi o la famiglia totale), romanzo storico-satirico-fantastico e nel 1963 Die Wasserfälle von Slunj (Le cascate di Slunj) che doveva costituire la prima parte di una tetralogia dal titolo Romazo n.7.
Nell’opera Die Strudlhofstiege oder Melzer und die Tiefe der Jahre (La scalinata), vi sarà grande attenzione per l’elemento urbanistico, in particolar modo per lo stile barocco, retaggio della sua formazione architettonica, base della tecnica di montaggio delle sue opere. All’interno di tale prospettiva, la singola storia perde valore, poiché Doderer si appresta a tracciare un grande affresco della vita viennese del primo trentennio del secolo. La scala dello Strudlhofstiege diviene luogo del destino e di ricerca spaziale dell’anima. Intorno ad essa si sviluppa la «commedia viennese», ambientata nella capitale imperiale benestante in un arco di tempo che va dal 1910 al 1923-24 in due tranches separate dalla prima guerra mondiale, che però viene significativamente ignorata dall’autore.
C’è un continuo rimando contrappuntistico da una situazione all’altra, da un personaggio all’altro e tra i due tempi narrativi: si tratta di una «ronde» di circa venti personaggi dei ceti più disparati che s’incontrano, si perdono e si ritrovano.
Proprio in tale contesto, Melzer – il protagonista –, risale dall’abisso vuoto del tempo, grazie agli scalini del manufatto edilizio, per giungere verso l’alto: «gli sembra di camminare in una galleria sospesa sopra la sua vita quotidiana. Per lui il passato era in alto […] voleva emergere per guardare l’aria dolce della superficie».
Centrale è il diventar uomo dell’ex maggiore Melzer, ora caporeparto ministeriale, che passa dallo stato di individuo inetto e indeciso, alla scoperta di una sua umanità più completa nella vicinanza familiare, grazie al trattamento maieutico della memoria.

Lo Strudlhofstiege è una scalinata in stile Jugendstil presso il nono distretto di Vienna, in Austria. Costruito in pietra calcarea di Mannersdorf, le scale sono state aperte solennemente il 29 novembre 1910 e da allora sono state restaurate più volte. La parte inferiore simmetrica della scala è centrata su due fontane, mentre la parte superiore asimmetrica dà ai pedoni prospettive diverse mentre passeggiano. Ringhiere metalliche e candelabri creano ulteriori punti salienti. La pittoresca costruzione è un’ambientazione popolare per cori all’aperto e concerti. Nel 1951 l’autore austriaco von Doderer ne prende luogo di ispirazione simbolico per il suo romanzo sociale Die Strudlhofstiege oder Melzer und die Tiefe der Jahre (Melzer e la profondità degli anni o la scalinata), una delle opere principali della letteratura austriaca del XX secolo.

In questa conquista di se stessi, attraverso il recupero e la liberazione del tempo trascorso, centrale diviene l’Erlebnis, «l’evento», che cade trasversalmente e con rumore nella vita dei protagonisti, in un momento in cui questa è particolarmente fragile. Per esempio, il maggiore Melzer, ritrova se stesso quando interviene prontamente e virilmente a soccorrere Mary K., nell’incidente tranviario in cui ella ha perso una gamba, e al contempo, scopre di sentirsi vicino ad una donna finora trascurata, rivelatasi sua compagna ideale. A tale proposito, lo stesso autore asserirà: «Ognuno passa con grande strepito sugli incroci e nodi ferroviari della propria biografia senza riconoscerli e avvertendo soltanto la scossa del dislivello. I fatti soltanto sono decisivi, visibili o invisibili che siano». Appare evidente come ciò comporti una sfiducia nel soggetto e nelle sue iniziative, una esaltazione del destino, quello precostituito o quello che si presenta sotto forma di Erlebnis, che comporta il rifiuto di qualsiasi iniziativa presa dall’interno poiché le prospettive individuali sono sempre fallaci.
Come soluzione, l’individuo deve aprirsi all’altro da sé. Doderer la definisce «appercezione»: il concetto leibniziano viene qui irrigidito, ipostatizzato fino ad affermare che ogni desiderio di mutare il mondo è violenza e delirio. L’autore narra la nostalgia di questa vita essenziale e indeterminata, ridotta a un mero trascorrere.
In tutto questo pensiero Vienna e l’Austria incarnano alla perfezione il paesaggio dell’universale – umano, apolitico e metastorico –, dove avviene il fluire della vita.
La tradizione austriaca diviene storia assorbita dell’armonia naturale, dove – seguendo il concetto della Menschenwerdung (incarnazione) –, von Doderer concentra i propri sforzi sulla riconquista umana dell’integrità dell’anima.
Ambisce al superamento della scissione dell’Io e della mancata armonia tra il sé e il mondo – che era stato poi il grande problema della cultura mitteleuropea, che Musil nonostante le varie utopie del regno millenario o dell’amore mistico, aveva lasciato irrisolto.
In un cammino segnato dalla malinconia, dall’inquietudine e dal senso di vuoto, – «un vuoto tanto enigmatico, quanto disperato», dirà un personaggio dodereriano –, il viennese si avvicina verso un’alienazione, di cui sono vittime molti dei suoi personaggi.
Tenterà, senza troppo successo, di passerà dalla crisi individuale a quella sociale: «Il nostro tempo ha perso ogni equilibrio anche economico. Forse per trovare ancora lo slancio necessario a compiere un’opera voluta dal destino dobbiamo evitare qualsiasi allargamento nella base della nostra vita, qualsiasi sostegno o ancoraggio». Si tratta di una applicazione letteraria dello psicoanalitico refouler, un distacco dalla realtà da cui sono affetti molti protagonisti. Questa condizione dell’uomo il cui modo di essere si inscrive nella banalità del quotidiano è indubbiamente indicativa di questa dimidiazione del protagonista, non a caso chiamato anche gamberino Melzer per la sua mimeticità, prigioniero del passato e della sua vita di ufficiale, prima del 1919.
Come per altri personaggi, si tratta dell’essere prigionieri della Zweite Wirklichkeit e cioè della «seconda realtà», già citata.
La capacità dell’individuo di reagire al caso – all’evento – diventa fondamentale nelle sue opere, poiché obiettivo ultimo è il «farsi uomo», ma tale concetto rimane relegato troppo spesso al singolo individuo, il quale non scopre veramente se stesso, ma si accontenta di instaurare un civile rapporto con il mondo circostante ed uscire così dalla sua apatia: l’inserimento storico dell’uomo austro-ungarico non avviene.
Lo stile dodereriano è un impasto singolare di lineare discorsività, inarcature barocche, punte di grande efficacia icastica, di tipo espressionistico, unitamente ad accensioni liriche e rimane bellissimo omaggio al dettaglio degli Asburgo che mira verso un’interpretazione tra le più suggestive e singolari della crisi del nostro tempo.

 

Per approfondimenti:
_Cinti G., Heimito von Doderer: una interpretazione della crisi del nostro tempo, In Limine, 2015;
_Mittner L., La letteratura tedesca del novecento, Heimito von Doderer fra i mostri e la grammatica latina, Edizioni Einaudi, Torino, 1995;
_Doderer H. von, I demoni. Dalla cronaca del caposezione Geyrenhoff, Einaudi, Torino, 1979;
_Doderer H. von, La scalinata, Einaudi, Torino,1964.
_Doderer H. von, Le finestre illuminate Come il consigliere Julius Zihal divenne uomo, Einaudi, Torino, 1978.

 

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